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Oltre la tecnica, oltre i soggetti raffigurati, oltre l’armonia formale, Peter Lindbergh è uno di quei fotografi che io chiamo ‘da brividino.’ Non c’è nulla da fare, le sue fotografie le senti. Ti trascinano con forza in scenari in cui il mondo reale diventa semplicemente una cartolina lontana piena di promesse eterne. Con dei presupposti così, i suoi lavori non possono che diventare degli immortali evocatori di bellezza e suggestioni. Dalla forte sensibilità per l’universo femminile, da un atteggiamento naif nei confronti dell’apparecchio fotografico e da un’umanità pervasiva, nascono scatti entrati nello scenario collettivo degli addetti ai lavori e non.  Lindbergh è stato un traduttore di visioni in bianco e nero e un sostenitore del reale in un’ottica purista, dove la formalità e le sovrastrutture non riescono a trovare spazio. E’ con questi presupposti che ridisegna la fotografia di moda, liberandola e sdoganandola dal luccichio ostentato di perfezione per redimerla in chiave umana e sociale. Vere sono le modelle ritratte da questo immenso maestro e vero è il suo approccio dietro l’obiettivo. 

Quando ho saputo che Napoli avrebbe ospitato una retrospettiva di questo artista, era molto chiaro che si trattava di un’occasione imperdibile per tutti gli appassionati della buona fotografia e che non potevo perdere. Untold Stories è la mostra che il Museo Madre di Napoli ospita fino al 20.06 come una personale di Lindbergh in ottica celebrativa organizzata da Kunstpalast, Düsseldorf con Peter Lindbergh Foundation, Parigi, in collaborazione con Fondazione Donnaregina per le arti contemporane/museo Madre, Napoli, Museum für Kunst und Gewerbe, Amburgo, e Hessisches Landesmuseum, Darmstadt.  Il secondo piano dell’edificio è interamente dedicato alla sezione dei suoi lavori. Mille sguardi, identità e gesti che si raccontano dietro ad ogni scatto dinanzi ai quali, spesso, la sensazione che ho avvertito è stata come quella di star spiando una bellissima donna dietro ad una finestra in penombra, con una visibilità sfumata o incerta. Li leggi i volti di Lindbergh e la storia che ti vogliono raccontare non nasce mai dai vestiti. Scorri lentamente sul parquet e ti passano accanto le icone degli anni ’90: Naomi Campbell, Linda Evangelista, Christy Turlington, Kate Moss e tante altre. Attori, attrici, modelli, ballerini, performer: tutta la movida e il mondo eclettico dinanzi a Lindbergh pare spogliarsi. Cosa fare allora quando incroci il loro sguardo? Prendere tempo. 

Mentre ero lì mi sono accorta che le fotografie commissionate e progettate per le riviste, in realtà non stavano cercando di persuadermi in nessuna visone o ottica stilistica. Sono dei ritratti di vita. Non prendiamoci in giro, fotografare modelli professionisti è sicuramente molto più facile e quando si è un cercatore di verità-proprio come Peter-magari si può puntare tutto anche sulla fortuna del ‘buona la prima’. Eppure non è fastidioso, non è un approccio che ti lascia fare paragoni tra altri fotografi.  Mente scorrevo tra le sale, ho pensato che la forza di Lindbergh non è tanto evidenziare la bellezza di questi soggetti già di per sé all’interno del sistema moda, quanto la reale possibilità di una persona comune di poter essere, almeno una volta, proprio come loro. Sono sicura che chiunque di noi avrebbe mai potuto trovarsi per un fortuito incontro o dono del destino dinanzi l’occhio di Peter, non si sarebbe mai più visto allo stesso modo. Perché sono così certa di questo? Perché in ogni suo scatto non c’è mai il volto della modella o dell’attrice da incorniciare perché bella o interessante, quanto è una celebrazione estremamente personale e soggettiva della donna che ha dinanzi: strutturata, ma fieramente libera. I suoi soggetti bucano la cornice. 

L’allestimento è molto minimale: ogni foto è incorniciata da un perimetro nero e le sequenze sono studiate per dare un senso di continuità ai lavori. Il grande formato consente l’avvicinarsi prospettico e la sensazione di essere davvero lì con lui sul set è così forte che sembra quasi di sentire i click degli scatti e l’immenso silenzio che accompagna la scena. Oltre i gusti personali e le tendenze di stile, questi lavori abbracciano senza ombra di dubbio una promessa estetica che non facilmente sarà equiparabile ad altri. C’è tanto del cinema in questi lavori espositi, alcuni scenari naturali altrettanto forti ed anche un progetto politico con focus sulla pena di morte. Fotografie famose e tante altre inedite: questo è quello che troverete perdendovi tra le sale. Si vede subito che non è una mostra pensata per celebrare il suo riconoscimento, ormai dichiarato, nel mondo della moda, quanto un’ultima volontà di dire: dietro ad ogni mia foto, troverete una storia vera. Un bel testamento, se consideriamo che questa è stata l’ultima mostra curata da egli stesso prima della sua morte, selezionata accuratamente tra 40 anni di vita e lavoro. 

Per chi ha bisogno di pulire lo sguardo e si sorprende ancora di quanta forza ci sia nella grazia, faccia come me: approfitti della Napoli internazionale, ma già sorpresa dai primi caldi estivi tanto da lasciare silenzioso il passeggio tra le sale del Museo Madre. Una promessa di bellezza ancora in mostra fino al 20 Giugno.

Artigianato Fotografico

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